La Cantina 1959: Un passato che diviene futuro

Quattro chiacchiere con Veronica Testa, proprietaria della Cantina 1959, Artigianeria Molisana e creatrice del motto “Il Molise non esiste”. Si tratta di una piccola chicca racchiusa nel cuore dell’Alto Molise.Quello fatto di tradizioni, passione e duro lavoro.

L’antica struttura

Come definiresti la tua attività?

Non sono abituata a dare definizioni in generale, anche perché mi sembra di limitare, in qualche modo, quello che poi andrei a descrivere. La mia attività è la ricerca di una continuità a un modo di stare in questo posto, che era proprio di un tempo antico. Un modo che rappresenta la somma delle caratteristiche peculiari di un popolo, quello molisano. Al di là di una bottega artigianale, quindi, è un modo per riprendere, per mantenere un filo conduttore tra passato e presente, attraverso oggetti, realizzati completamente a mano, e frasi che rimarcano quelle caratteristiche, che riportano alla luce un pochino quelle che sono le nostre origini, spesso alterate e fuorviate.

Quando nasce il tuo lavoro/passione?

La mia passione, se posso dirlo, è nata con me. Ho avuto sempre una predisposizione per tutto ciò che riguarda la creazione in generale. Da piccola disegnavo praticamente h24 e mi immaginavo in una grande bottega dove avrei potuto trasformare, lo stesso, h24. Non sapevo cosa ma, mi dicevo: “da grande farò qualsiasi cosa, purché sia creare qualcosa.” Solo verso i 18 anni ho appreso che sarebbe stata l’argilla quel materiale primordiale con cui avrei creato questo qualcosa.

Il laboratorio visto dall’interno

Come mai hai deciso di restare, nonostante le difficoltà della nostra terra?

Restare in Molise non è stata una scelta dettata da chissà quali ragionamenti o programmi ben definiti.

È stato più che altro un atto istintivo, anche inconsapevole.

A un certo punto mi sono resa conto che questo era il luogo dove esprimermi, ho sentito che era qui che non mi mancava niente e che non mi sarebbe mancato niente, dove avrei potuto aggiungere, senza togliere nulla. Allo stesso tempo, concentrarmi su quello che per me era essenziale, togliendo il superfluo. Avrei creato uno strappo, andandomene, che non avrei risanato. Ho preferito consolidare le mie origini e la mia appartenenza al Molise, attraverso il mio lavoro.

Veduta esterna in mezzo al verde

A seguito della pandemia, e di una certa spinta di alcuni scrittori o poeti (in primis Franco Arminio o Carmine Valentino Mosesso) si sta accelerando un ritorno verso la campagna, pensi che in Molise possa avvenire lo stesso?

Molti pensano che restare qui significhi rimanere indietro. Credo che rimanere indietro non significhi non andare avanti, ma evolversi nel verso giusto, partendo dall’interno verso l’esterno.

Ed è questo che spero.

In un ritorno consapevole, tralasciando l’esterno di un modo di vivere che di molisano ha ben poco e che distorce. Bisognerebbe concentrarsi sull’interno, sentendosi di nuovo parte di un mondo antico, genuino, privo di sofisticazioni, aggiungendovi, sì, quello che serve del mondo moderno, ma senza stravolgere nulla, riportando alla luce quel valore che spesso viene lasciato lì a prendere polvere o che si ostenta solo superficialmente.

Creazioni che prendono forma

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