Il mio viaggio a Roma

Quando dall’altro lato c’è un mondo molto più interessante.

C’è un tempo per raccontare alcune storie, o forse alcuni viaggi. No, non si tratta di esperienze personali, ma di altre sensazioni che provo a trascrivere in queste righe. È il mio viaggio a Roma, un giro breve e meno convenzionale. Di fianco alle bellezze di tutte le epoche, dei ministeri, dell’università, c’è un micro mondo fatto di persone invisibili, ma indispensabili nel nostro cammino in città. Sono sempre sorridenti, anche quando li trattiamo male, oppure andiamo di fretta come tir impazziti e trascineremmo tutto quello che c’intralcia. Loro sono sempre là. Li vediamo spuntare in metro, appena inizia a piovere con gli ombrelli o il poncho. Li troviamo con delle rose, quando siamo in compagnia di una bella ragazza. Li rivediamo ancora con delle bancherelle fisse sotto l’università che vendono quaderni, accendini, filtri, cartine, caricatori del cellulare e tante altre piccole cose, all’apparenza inutili, ma che quasi ognuno, tutti i giorni ne ha bisogno. La lista è ancora lunga, ma mi fermo qui e vi lascio scoprire il resto.

I protagonisti sono molti, tutti uguali e diversi allo stesso tempo. Tutti con il loro bagaglio di storie, di amicizia e di famiglia. La loro cultura e la loro religione, in poco tempo può diventare anche la nostra. Lasciamo per una volta la banalità del superficiale e addentriamoci in un mondo che non è il nostro, ma per molti aspetti è simile a quello dei nostri antenati immigrati in America o Australia. Vedrete che ci accomunerà la stessa fame, la stessa voglia di cambiare prospettiva e anche le stesse passioni. Proviamoci, anche solo per gioco.

I personaggi di quest’avventura provengono dal Bangladesh. Hanno lasciato la loro terra circa vent’anni fa, per giungere in Italia. Qui si sono stabiliti da qualche anno, ma hanno girovagato in altri paesi dell’Asia e dell’Europa. Chi ha vissuto in Indonesia. Chi in Russia. Chi lavorava in Germania o Inghilterra. Chi è arrivato qui, perché suo cugino o suo fratello, gli ha consigliato di venire e di svolgere l’attività che sta facendo ora. Anche adesso che sto scrivendo questo pezzo. Fuori piove e alcuni di loro, stanno lavorando con poche precauzioni e tanta acqua addosso.

Giornate migliori e giornate peggiori.

Ogni mattina arrivano e cominciano a lavorare sodo per circa 10-12 ore. Non sempre guadagnano quanto dovrebbero. Si muovono spesso in gruppo. Ognuno è disseminato in un angolo della via. Anche quando ci sembrano da soli, basta un cenno o un urlo e un loro amico prontamente arriverà per aiutare il suo collega. Vivono in case non molto grandi, in sette o addirittura otto, con una sola stanza per i servizi igienici. Condizioni inimmaginabili per noi, che siamo quasi tutti abituati ad avere un bagno a testa. I più fortunati, o semplicemente perché risiedono da più tempo in Italia, hanno la loro famiglia. I figli studiano a scuola o all’università e molto lentamente e a fatica s’inseriscono nel tessuto sociale e culturale italiano. I bengalesi hanno un alto valore dell’amicizia: se gli fai una semplice gentilezza, essi ricambiano sempre con il doppio di ciò che ricevono. Riescono sempre a stupirti.

Si tratta di una ricchezza aggiunta al nostro paese. Morale e spirituale soprattutto. In una città dinamica e indifferente, i bengalesi rappresentano gli amici di turno che possono aiutarci. In che modo? Ci danno consigli. Se abbiamo bisogno di qualcosa, potete star sicuri che loro l’avranno. Se stiamo in difficoltà per strada, state pur certi che non si tireranno indietro, ci porgeranno il loro aiuto. Questo l’hanno appreso dal Corano.

E se qualcuno vi dirà che potrebbero rubarci il lavoro, rispondetegli che noi, non sempre abbiamo la stessa dedizione, pazienza e voglia di metterci in gioco. Preferiamo rischiare poco e soprattutto siamo abituati a una vita decisamente più comoda. D’altronde questo è il prezzo del benessere e allo stesso tempo della provvisorietà del nostro tempo. Rispecchiamoci negli occhi di chi lavora per strada, riscopriremo l’uomo e la vera felicità.

Daniele Altina

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