Racconti di brevi esperienze di vita: Parte II

Salvatore

“Dov’ero rimasto l’altro giorno?”, pensa tra sé Alberto, mentre mangia della frutta.

“Ah, sì, nel momento in cui Salvatore si era congedato all’improvviso”.

“Che fine ha fatto?” si domanda Giovanni, con aria pensierosa.

Tutti e tre sanno che la moglie del loro amico non sta molto bene.

Ha un tumore al seno.

Le cose sembravano andare per il meglio, però, ora nessuno sa niente. D’altronde i quattro si vedono solo la domenica. Durante la settimana s’incontrano di rado, in più Salvatore, con l’età è diventato piuttosto apatico. Non parla mai delle sue cose. Le informazioni che hanno, risalgono a qualche anno fa.

Per il resto si augurano il meglio.

“È già domenica, signori”, dice Michele, “qualunque cosa è successa a Salvatore, n’sapem niend”.

“Boh, ch’ n sacc” ribadisce Alfredo.

“Ultimamente sembra chiù stran” continua Giovanni, “sembr sempr ca tè la coccia a n’ata via, com s l’aspettass caccdun”.

A quel punto non vedendolo arrivare, si sbottonano. Ognuno comincia a dire ciò che pensa di Salvatore, magari costruendo anche qualche fantasia sul suo conto.

I quattro, tra di loro, non si aprono al 100%.

Non si confidano mai del tutto.

“Salvator è nu brav’ om” aggiunge poi Alfredo, “da uaglion lu canuscev d viscta, pazziava semb c lu cumpar mié”. Comincia da qui un aneddoto sul conto di Salvatore.

“Tneva nu destr, ca sfunnav la porta. Na vota rumbett lu vrit d’ na casa. Può n c’ha jucat chiù a pallon, e z n’iut arret a l femmn. Era un diavolo. Dop, canuscett la moglje e n tamndet manc chiù na donna”. Prosegue Alfredo: “Così mi ha raccontato, però pare che ultimamente z frequentava c n’ata femmna, a qua, a Roma. Con la moglie non ce la faceva più…”. Ci pensa un attimo e poi aggiunge: “Vuò vdè cà la moglie l’ha scupert?”

“Roma è tant ross” aggiunge ridendo Giovanni “adda ess proprj fess a farz pzzchià c’n’ avta”.

Michele, nel frattempo, osserva i due con preoccupazione.

La storia della scappatella non lo convince. Conosce l’amico e non crede affatto a questa storia. È convinto sempre più che la moglie di Salvatore non stia bene.

Ma lui non vuole far sapere niente. Preferisce tenerle per sé certe cose.

Finito il dialogo tra i due, Michele osserva: “oramai è viecch chi s lu piglia chiù”, poi in un misto tra serio e ironico dice: “secondo me lu problem è la moglij”. Si ferma un po’ e ripensa a ciò che gli aveva detto sua moglie Assunta, qualche giorno prima riguardo Elisabetta, la sua amica, nonché consorte di Salvatore. Dopo la malattia, la donna ha avuto serie difficoltà a ricominciare la vita quotidiana. Attacchi d’ansia, paura di stare in casa da sola e soprattutto di conoscere nuove persone. Gli bastavano i figli, il marito e qualche amica sporadica.

Ormai è passato un anno, però Elisabetta è piena di complessi. Ha capito che il marito la tradisce con un’altra, ma dal suo cellulare non è riuscito a trovare nulla.

Per ora Assunta è a conoscenza di questo.

Michele, un po’ per delicatezza e un po’ per lealtà verso il suo amico, agli altri due dà solo vaghi riferimenti.

“Cert vot n’z po’ maij sapè. Stetv scur ca sott c sta caccosa d’ruoss”. Né Alfredo, né Giovanni battono ciglio.

Lasciano correre e vanno avanti.

Michele ha rischiato un po’, ma l’ha fatto perché i due smettessero di spettegolare sull’amico che non c’è. Questo lo dice il suo viso. Ha un’espressione tra lo scocciato e l’arrabbiato.

Ormai i meccanismi tra di loro sono così consolidati, che basta solo un gesto di disappunto, per smettere.

“Cazzo. È tutto così automatico” pensa tra sé l’ingenuo Alberto. “Sembra di vedere qualche vecchio film di mafia, dove a un accenno, tutto finisce” continua a ragionare nella sua mente.

Il povero Alberto non sa che i signori provengono da un’altra epoca.

Un tempo in cui il dialogo non era molto presente, specialmente nelle famiglie contadine, dove la dialettica padre-figlio era assente. Il genitore indicava mezza volta al figlio la strada da seguire, dopo se il messaggio non era recepito partiva il castigo. I giovani di quei paesini dell’Abruzzo, ma forse anche nelle altre aree del Mezzogiorno, erano costretti a subire delle decisioni sbagliate.

C’era un’idea di rispetto molto diversa da oggi.

Magari esso si conquistava a schiaffi certe volte, ma i figli di sicuro erano obbedienti. Un po’ per ignoranza e un po’ per paura di ulteriori conseguenze. La comunità paesana poi faceva tutto il resto. Se un figlio era cacciato di casa, non era ben visto in paese e a quel punto era meglio sparire per un po’.

Alberto scopre tutto questo qualche settimana più tardi, dopo aver raccontato la vicenda ai suoi cari, e il particolare dell’accenno.

Resta stupito. Non immaginava esistessero davvero quelle realtà. Nonostante la scoperta tardiva, nel frattempo continua a seguire il finale della discussione.

La domenica mattina si avvia al termine. I tre amici, dopo aver parlato di altre esperienze, in particolare di un viaggio di Michele in Germania, che era andato a trovare il fratello nel 1998.

“A là n può pazzià. Fatijan come ciucc, gli italiani, nsciun sgarra o fa lu furb, sennò lu schiaffan dentr…” Aggiunge una mezza bestemmia “Palà Madosc. Fratm n lu arcanuscev chiù, p quand’è diventat precis. Quand sta a là è n’ata perzon. A lu paes z mbriacav e faceva burdell, papà lu cacciatt da la casa, ma mo a la Swagen (Volksvagen, non riesce a pronunciarla) piglia nu sacc d solde. Sembr nu dirigent”. Poi prosegue: “Tutt lu sientn e chill ch stiann sott, lo rispettano”. Conclude infine: “lu ema i a truvà, quand vè Salvator, l’dcem pur a iss”.

Gli altri due annuiscono semplicemente. L’aria nel gruppo è tornata serena. Alberto, resta ancora stupito, pensava che prima fosse successo qualcosa di irreparabile. Invece ha capito che un po’ per folclore, un po’ per i caratteri nervosi, poco dopo la situazione si aggiusta.

Tutti si salutano e si danno appuntamento alla domenica successiva.

“Me buon pranz” dice Alfredo.

“Pur a vù” continua Giovanni.

“Buon pranz, in settiman magar lu chiam a Salvatore” conclude Michele.

Alberto, intanto, con la sua busta della spesa in mano, vede i tre allontanarsi e, deciso, tornerà ad ascoltare la nuova storia, la domenica successiva.

“Caspita, si apprendono molte cose. Avevo sempre odiato queste storie, però devo ammettere che hanno un loro fascino” commenta tra sè.

Dopo aver registrato il tutto nella mente, chiederà ai suoi genitori, qualche informazione in più. Manda un saluto mentale ai tre, che non potranno mai udirlo e forse mai accorgersi davvero fino in fondo della sua presenza.

Daniele Altina

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