Racconti di brevi esperienze di vita: Parte prima

Alfredo

“Non c’è niente da fare”, pensa tra sé, Alberto, quando la domenica mattina, a Roma, esce per la spesa.

È sempre la stessa storia.

Si trascina ormai da anni. Sono almeno cinque.

Un sogno quasi ricorrente. I quattro signori di mezza età che si incontrano, puntuali come un orologio, alle 11:00, sono sempre lì.

Sorridono.

Ammiccano.

Fanno complimenti alle signorine che passano lì davanti. Se piove o fa freddo, loro non demordono.

Mai.

Alfredo, Giovanni, Michele e Salvatore si riparano sotto la grande tettoia del ristorante, oppure ritornano sul marciapiede antistante.

Conservano un rituale, come da bambini, quando uscivano a giocare con la palla, o in mezzo alla campagna. Già, loro sono abruzzesi, provengono da posti decisamente più freddi. Luoghi dove le nevi sono quasi perenni. Sono un misto delle descrizioni di Ignazio Silone e Francesco Jovine. Più evoluti di alcuni personaggi, ma conservano ancora quello stampo.

Racconti, fatti della settimana, nazionali e internazionali. Abbozzano anche a questioni politiche, economiche e molto altro. Discorrono di tutto, senza sapere davvero bene di qualcosa. Così ricordano il pranzo domenicale dai nonni, quando tutti vicino al camino discorrevano su come passare la difficile stagione. Parlavano del raccolto, degli animali e del caro prezzo della vita.

Da quelle stagioni di tempo ne è passato. Di sacrifici ne hanno fatti tanti. Hanno realizzato, chi più, chi meno, una discreta fortuna.

Giovanni ha un ristorante in centro; Michele possiede un’impresa edile; Alfredo è proprietario di un garage, vicino la Stazione Termini e Salvatore ha un’azienda di macero. Ora sono adulti e hanno dei figli. Qualcuno di loro, Salvatore, è già nonno. Com’è felice quando parla di Francesca, la sua nipotina. Gli brillano gli occhi.

Eppure manca qualcosa. I signori sono convinti che avrebbero potuto far di più. O quantomeno meglio l’uno dell’altro.

Pensano che i soldi servono sempre. Proprio ora che il figlio di Giovanni, sta per sposarsi.

Ma vabbè.

Pazienza.

È giovane e ha tempo per migliorarsi.

Superare papà. Se solo ci riuscisse.

L’unico momento di riposo non vogliono proprio perderselo.

Vogliono goderselo fino in fondo. Anche questa domenica hanno trascorso due ore in allegria e in ricordo dei vecchi tempi. Ogni tanto esce fuori qualche amico scomparso. Qualcuno che è emigrato al nord, qualcun altro in Europa centrale, Germania o Belgio, altri ancora negli Stati Uniti o in Australia.

È dura la vita dell’emigrante, lontana o vicina che sia. La voglia di toccar le mura domestiche, certe volte è troppo forte. Si vorrebbe urlare, ma è completamente inutile.

“Se solo servisse a qualcosa, avremmo una città piena di urlatori” si chiede dubbioso Alberto. Li osserva in un misto di commiserazione, ma allo stesso tempo felicità. Anche lui è un migrante, come la maggior parte degli abitanti di Roma. Pure lui spesso incontra i suoi amici e pensa che un giorno, quando ormai avranno realizzato le loro vite, saranno come Alfredo, Salvatore, Michele e Giovanni.

“Due ore sono lunghe”, dice Alfredo.

A quel punto inizia con un aneddoto.

“Tant fin e quand arvé mogl’ma” continua a dire “stem frisch”.

In una commistione di dialetto e italiano – d’altronde, come gli altri tre, è arrivato a Roma a 15 anni, non ha avuto tempo e modo per istruirsi – inizia il suo breve racconto.

Alfredo proviene da Schiavi d’Abruzzo, un paese tra Abruzzo e Molise. Lì, abitava in campagna, in una frazione, dove nel secondo dopoguerra mancavano ancora delle vere infrastrutture. C’erano poche macchine, non esisteva il bagno in casa e solo al bar c’era il telefono.

Un mondo primitivo se paragonato a quello attuale.

Egli ricorda la sua povertà, come una forza.

La grandezza di oggi, la deve a quella sofferenza.

A quella fame.

Vede un ragazzo uscire dal vicino supermercato con una bottiglia di salsa, ed esclama: “Tutta roba industriale!”, continua poi “quand ev uaglion ij, zizì Francisc c facev i a rcoglij quindal d pmmador p dentr’ a lu camb, oggi ‘sti ragazzi non sanno nulla di tutto questo”.

La sua mente vola al mese di agosto del 1964, quando la sua famiglia produsse cinque quintali di pomodori. Fu un’annata storica per loro. Al punto che vendettero tante bottiglie.

Ricorda ancora Alfredo: “a chill tiemp, arrangiatt buon pur’ i. M’ mttiett da part 50.000 lire e m n vniett a Roma”. Qui ha cominciato come lustrascarpe, poi ha fatto il muratore, e solo dopo, tramite un paesano, ha cominciato a lavorare in un garage. Dapprima come socio, poi l’ha rilevato.

La crisi degli ultimi anni l’ha risentita, però è soddisfatto: “a uoij, c st rumen e polacc, e tutta la concorrenza, z guadagn d’men, però cac cusarella z piglia”. Ribadisce: “men d prima, ma z piglia”.

Michele gli risponde. “tiè ragion, ma manc può dic ca stià accis”.

Alfredo replica: “Scin, ma a qua l sold n avasctn maij”.

“Mo chell ch’è fatt è fatt” prende la parola Salvatore.

“Auoje stem a qua, questo è l’importante”.

Alla fine Alfredo ammette, solo dopo aver sentito i loro pareri, che in fondo non gli manca nulla. Sta bene così. Torna a sorridere e nel frattempo, prima di lasciarsi, parlano di calcio.

Michele è juventino ed è il più lamentoso. Alfredo l’interista viene sempre preso in giro, però quest’anno, tutti e quattro ammettono che l’Inter sta facendo un bel campionato.

“Dopo la Juventus, c stet vù” afferma sarcastico Michele rivolgendosi ad Alfredo. Salvatore è pensieroso e, a un certo punto, abbandona i quattro.

Tutti si chiedono dove andrà così di corsa. L’aspettano per la domenica successiva.

Magari gli racconterà tutto.

Percepiscono l’odore di un ragù, da una finestra lì vicino. Giovanni, è il primo dei tre a cui brontola lo stomaco.  

“Teng proprij fam” afferma Giovanni.

Continua poi: “Stetv buon. Ci vediamo domenica prossima”.

I tre si congedano e tornano a casa.

Alberto ha registrato tutte le loro informazioni nella sua mente. Ha ascoltato questo frammento, e soddisfatto, torna a casa per cominciare a buttar giù le prime idee.

Ha deciso di approfondire. Racconterà gli aneddoti e la vita di ognuno di loro. Incuriosito, va a cercare un atlante, per vedere esattamente i loro paesi.

Daniele Altina

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