Racconti di brevi esperienze di vita: Parte terza

Michele

Finalmente il sole.

Dopo una settimana di pioggia e un umore decisamente grigio, oggi Alberto è sorridente.

“È la giornata giusta per ascoltare due storie di quei disgraziati” pensa tra sé in maniera sarcastica, ma sa bene che quasi sicuramente apprenderà qualcosa di nuovo.

Sa pure che è novembre e le giornate sono terribilmente corte.

Questo gli pesa tantissimo.

I quattro signori, intanto, iniziano a radunarsi.

“Salvatore non c’è neanche stavolta”. Va ripetendosi nella sua mente Alberto.

Ci sono soltanto Alfredo, Giovanni e Michele. Quest’ultimo è il più fantasioso dei quattro. Ha un’aria mista tra il serio e il comico.

I suoi aneddoti riescono a essere incredibilmente seri, in altre occasioni risultano incredibilmente buffi.

Oggi i tre sembrano Quei bravi ragazzi.

Michele, il più basso, assomiglia a Joe Pesci.

Sono dei piccoli boss che, vestiti in smoking, dibattono di frivolezze.

D’altronde la domenica, o il giorno di festa, al paese è così.

Molte persone, che durante la settimana svolgono i lavori più umili, in quest’occasione sono ben vestiti. Indossano un loden, dei mocassini e persino una cravatta.

Sbarbati e profumati come se fosse il loro matrimonio.

Sarà per mentalità, oppure semplicemente per sentirsi più borghesi degli altri giorni.

“Ma dove andranno?” si domanda tra l’ironico e l’arrabbiato Alberto.

Continua: “Dai oggi potrei scoprirlo. Fammi avvicinare un po’ và”.

Ha sempre il pensiero della spesa. Ha paura di dimenticarsi qualcosa, oppure far scongelare i fagiolini della sua marca preferita.

“C’ sta lu sol, è ancor biell tiemp” esordisce Alfredo.

“Scin. Ancor z’ po stà”. Replica Michele

Giovanni cambia completamente discorso: “Ma quill mosctr d Salvator do stà?”.

“Non l’ho sentito più” risponde Michele.

In realtà l’ha sentito e sa tutto.

Sta benone.

Ma lui preferisce evitare pettegolezzi.

Cambia subito argomento Michele: “Oggi mia moglie ha fatto le sagne”.

Continua: “Ricordo quelle di mamma, erano buonissime. Mogl’ma n l fa ccuscì”.

“Prima era più freddo. La domenica magnav c chiù fam” aggiunge ancora.

Il buon Giovanni gli dice che ora è più vecchio, e che non è solo il clima a esser cambiato, ma anche lui e tutte le sue abitudini.

Alfredo ribatte: “se nel sugo n c mitt lu diavurill (un peperoncino particolarmente piccante) n serv a nient. Non hai che fartene.”

“Tiè ragion, ma n pozz apruffttià”.

Comincia ora un episodio molto singolare in cui Michele è il protagonista.

“Na volda steva a una sagra a Salcito e grazije a lu diavurill canusciett na uagliona”.

Gli altri due amici già ridono, perché forse hanno in mente la storia, o peggio ancora l’hanno sentita narrare dieci volte.

Fa sempre piacere ricordarla.

Alberto, sempre a distanza, facendo finta di aspettare un suo amico, ascolta con un accenno di sorriso.

Michele va avanti: “Era ru mes d’aust e quell’estate non faceva call assià. Ij ev’appena arimnut da Roma con la 126 (un modello della Fiat molto diffuso tra gli anni settanta e ottanta) e m truav a là c Pasqualin Vtiell (un nome, un programma)”.

Continua: “Mentr quill puorc d Pasqual z’abbuttava c la birr. Ij m mettiett a parlà c na uagliona, che era oriunda d Salgit, ma i genitori z truavan all’Argentina. Parlava miez italian e c capivam poc”.

“Tu segur ch parliav spagnuol” ribatte Alfredo sghignazzando.

“Ma mo lassalu fnì” commenta Giovanni.

“E ‘nzomm, alla fin m la purtiatt arret a na frascha e vulev fa, ma chessa n’eva capit, avett paur e cacciat nu diavurill. M ru mttett a qua (indica gli occhi) e m n’avietta ì”.

“Ma scus n sci ditt ca l’iv capit?” ritorna a parlare Alfredo.

Giovanni, invece, fingendosi paciere, continua a prendere in giro l’amico in maniera più velata: “z’ved ca iv capit malamend. La signorina z credeva ca tniv na chiantcell a là p’ arret. Ecc pecché è mnuta”.

Michele capisce la situazione e alla fine ammette: “Ma chella n z capiva. Dceva fuego, fuego e ij so pnzat a malamend”.

“Tutta roba di gioventù”. Michele pronuncia questa frase con un pizzico di malinconia.

Eppure ai tre quei tempi mancano tanto.

Momenti spensierati, che purtroppo non rivivranno più.

L’unica cosa che possono fare è ricordarli.

Guardarsi vecchi come i loro genitori, quando raccontavano il passato.
O forse i loro nonni.

Ora manca il tempo e soprattutto la voglia per compiere di nuovo quelle cose sciagurate.

Figlie di un periodo tenero della loro esistenza.

Eppure Giovanni, Alfredo e Michele ridono. Di gusto.

“Mah, non mi diverte per nulla questo episodio”, commenta tra sé Alberto.

“Una cosa davvero stupida”.

L’osservatore non si rende conto che, considerato il livello culturale dei tre, l’età e la provenienza da un paesino, questo può essere il massimo.

In un periodo dove uscire sempre a fare festa non era così scontato, come oggi.

Una stagione della storia in cui ci si accontentava di poco. Bastava essere tutti uniti per divertirsi.

Bastavano veramente due cazzate.

Alberto questo non può capirlo.

Può solo immaginarlo.

Sebbene sono passati soltanto trenta o al massimo quarant’anni, il mondo è cambiato molto.

 Ora esso è troppo stanco per ricordare delle vecchie storie.

Semplici e fottutamente belle agli occhi dei tre signori.

“La prossma vota ce ne raccunt n’avta” dice Alfredo.

“Se so tutt a cuscì” ribatte scherzosamente Giovanni “c la spassam”.

“Va bene” dice Michele.

“Salvator s farà vedè dmnca prossma” continua, grattandosi il naso.

Non si sa se è un’affermazione oppure è una battuta detta così nella confusione.

Toccherà aspettare la domenica successiva per saperlo.

Alberto è rimasto deluso da oggi.

Si aspettava qualcosina di più.

Forse soltanto ripensandoci nei prossimi giorni ne trarrà qualche lezione.

Oppure è stato ad ascoltare un inutile aneddoto, come quelli che raccontava un suo anziano zio, quando si recava a pranzo da lui. Sempre la domenica.

Sarà la settimana che volge al termine.

Sarà che gli uomini tracciano un breve bilancio della loro vita, che l’ultimo giorno della settimana è sempre un po’ particolare.

Dopo l’euforia del sabato, il giorno successivo rappresenta il riposo.

Non solo nell’ottica cristiana, ma anche in quella occidentale.

Le attività si fermano, entrano in gioco i campioni dello sport. Quei piccoli eroi in cui ci immedesimiamo, durante i calcetti con gli amici il mercoledì.

Eppure i nostri quattro personaggi, non hanno nulla di eroico.

Ammazzano soltanto il tempo che passa a suon di ricordi belli o brutti.

Intanto si salutano

“C’vdem” dice Alfredo.

“S dij vò” risponde Giovanni.

“C vdem dmnca”. Ribadisce Michele.

Alberto lentamente s’incammina verso casa. Pensieroso e un po’ arrabbiato, per aver perso del tempo.

Ignaro, non sa che ascoltare storie vuol dire imparare dal passato e non ripetere più gli errori.

Adios” pensa tra sé, rivolgendo la mente all’avventura argentina di Michele.

Ormai calmo, manda un sorriso alla storia e alla donna, che chissà dove sarà.

Daniele Altina

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