Cristo si è fermato a Eboli… ma prima ha sostato in Molise

Un viaggio fantastico alla scoperta di alcune località.

Questo breve racconto uscirà in prima pagina su questo blog, probabilmente oggi, dà vita a un episodio molto singolare. Come afferma Carlo Levi: “Cristo si è fermato a Eboli”, però lo scrittore torinese non ha considerato che nel mezzo si trovano Castelpetroso, Cantalupo del Sannio, Roccamandolfi e Frosolone. Immaginiamo la scena.

Cristo viene sicuramente dal nord in un posto alle porte di Bologna: Casalecchio di Reno, indossa un pantalone con risvoltini, un maglione hipster e un paio di Clark’s. È in borghese, ha un aspetto decisamente umano. Avrà percorso l’autostrada A14 Bologna -Taranto e sarà uscito a Vasto nord, perché aveva mal di pancia oppure voleva addentrarsi in alcuni posti da lui dimenticati. Voleva accertarsi che fosse davvero così. Non ha avuto ripensamenti mentre prendeva la decisione. Sul serio. Così si addentra in un luogo mitico chiamato Molise. A pochi chilometri da Vasto inizia il confine: reale e fantastico si fondono insieme. Appena attraversata una parte della regione fino a Isernia, non contento va oltre. Forse un pazzo. Forse come Ulisse che supera le colonne d’Ercole nel canto ventisei dell’Inferno dantesco. Uscito da Isernia legge su un cartellone le varie località: Frosolone, Sessano del Molise, Civitanova del Sannio, Pettoranello, Cantalupo del Sannio, Castelpetroso, Carpinone, Pesche ecc. Sicuro di non voler tornare indietro?

In tutto ci saranno 8000 anime, di cui il 70% anziani. Cristo non immagina mai che lì si ritrovi tutto il Pil del Santuario di Castelpetroso.

Imperterrito continua. Superata Isernia, giunge al bivio per Carpinone o Pesche, prosegue dritto, perché la sua meta è un’altra. Si guarda intorno e scorge insediamenti sparsi, un distributore di benzina Tamoil, la ferrovia. Sembra uno di quei paesaggi tipici delle Alpi bavaresi (di sicuro la birra non manca). Poco dopo scorge un ostello dal nome Villino Nerone, lì immagina che probabilmente il famoso imperatore abbia risieduto per un po’ di tempo, dopo l’incendio di Roma. Ma è soltanto una supposizione.  Ormai è passato troppo tempo e persino gli abitanti dei luoghi limitrofi hanno dimenticato l’origine del nome. Va ancora avanti e alla sua destra scorge un Santuario dedicato all’Addolorata. Non immaginava di trovare un’opera del genere. Bellissima. Resta folgorato. “Fa pensare al Duomo di Milano, con la differenza che è immerso nel verde”, rimugina. Poi si avvicina e si rende conto. È più modesto ma non ha nulla da invidiare alle grandi chiese. Si mimetizza con il suo abbigliamento e chiede ad alcuni frati delle informazioni. Il cristo qui immaginato è molto umile, già sa tutto di tutti, come certe signore di quei paesi, ma preferisce chiedere per capire le tipologie umane. Tutti sono molto accoglienti, gli viene offerta una birra dai frati trappisti di Castelpetroso presso l’Arcadia. Lui non dimentica di essere Dio e quindi non accetta. Qualcuno sta quasi per scoprirlo. Usa un’espressione locale che fa così: “Sul Crisct n vev” (solo Cristo non beve), ma lui sorride e afferma di essere astemio. Continua il suo percorso. Vuole arrivare a Cantalupo e perché no, fare un salto a Roccamandolfi al Ponte tibetano, sempre se non piove o fa troppo freddo. Cristo ne ha passate tante, ma il freddo di Castelpetroso è penetrato nelle sue membra e gli ha procurato dei doloretti. Non se l’aspettava, anche perché era diretto a Eboli. Finalmente arriva a Cantalupo, che nella pronuncia italo-cinese fa Cantalala o Cantalü con una dieresi molto lunga. Motivo sconosciuto ai più, ma gli esperti di fonetica cinese sapranno cosa dirci. Nella piazza centrale, un po’ per curiosità o un po’ per paura gli abitanti lo scrutano dalla testa ai piedi. Chiede informazioni e subito viene trascinato nella locanda anteriore alla piazza. Mangia noccioline – da queste parti chiamate pnozz, termine che richiama l’originale americano peanuts, in ricordo della seconda guerra mondiale quando gli alleati portarono questi arachidi beve e si diverte con loro. Come se si conoscessero da sempre. Poi z Dnat (zio Donato, i signori anziani vengono chiamati così in segno di reverenza), l’accompagna a la Rocca (nome con cui comunemente è chiamata la località di Roccamandolfi). Dopo un sacco di spiegazioni sono ai piedi del ponte tibetano. Cristo è indeciso sull’attraversamento, ma z Dnat gli dice che se anche la struttura sembra traballante, quel ponte è lì da anni e non è mai successo nulla. Allora per dimostrare la sua fiducia, il nostro protagonista l’attraversa più volte. Sopra e sotto, senza paura. Prima di congedarsi, non solo si fermano in un bar alla Rocca ma l’anziano signore gli dice di farsi anche un giro a Frosolone, il paese delle forbici e coltelli. Una piccola Zermatt di 3200 anime circa. Incuriosito nuovamente, sale sulla sua macchina e si dirige in quel posto. Appena arrivato chiede dove poter comprare un coltello. Questa volta niente di più facile. In qualunque punto si volti c’è una bottega artigiana. “Caspita, più coltelli che persone” afferma sarcasticamente. Soddisfatto del suo acquisto, compra anche un chilogrammo di scamorze e ne divora una, perché intanto sono le quindici e ha bevuto soltanto. Non birra, naturalmente. Ha sempre rinunciato, prendendo un succo o un’aranciata. Questa volta però, sarebbe un po’ scandaloso, se non accettasse un bicchiere di vino accanto al suo panino con la scamorza. Decide così di entrare in un posto, probabilmente gestito da un’antica divinità romana: Il rifugio di Bacco. Il nome del posto lo impensierisce, ma sulla soglia ad attenderlo c’è Piombo, il giovane proprietario che lo mette subito a suo agio. Capisce che non c’è competizione. Il vino dell’oste ha le stesse proprietà dei suoi miracoli. Un altro giro di vino e chiacchiere, poi dritto sulla sua meta. Riprende la strada e va verso Eboli dove sicuramente l’accoglierà un clima decisamente più mite. Chissà se così ospitale.

Daniele Altina

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