Michele Scorrano: Breve storia di una comunità

Esempio di un capitano che riunisce una squadra, una città e una regione.

Michele Scorrano ai tempi del glorioso branco

È il 22 febbraio 2009, quando a cinquantasette anni scompare Michele Scorrano. Lo storico capitano del Campobasso Calcio lascia un segno indelebile nella città, e nel resto del Molise. Qualcosa che ha attraversato il cuore dei tifosi, l’ha superato e andato oltre: “Calcio come impegno sociale da portare avanti. Lo scopo era quello di far conoscere la nostra regione, dimenticata da tutti. Siamo riusciti a farlo nella maniera più bella e con pieni voti” (estratto ripreso da Lupus in Fabula-Michele Scorrano per sempre). Qui si parlerà poco dell’impresa calcistica, che seppur notevole, sarà lo sfondo di questa vicenda. Chi scrive non ha mai conosciuto il glorioso capitano rossoblù, né tantomeno ha vissuto quegli anni. Al di là della retorica, c’è la necessità di far emergere dei luoghi o delle persone che in qualche modo hanno influito nella storia recente. Seppur solo a livello locale, quantomeno è sentita l’esigenza di rivedere quel periodo e afferrare alcuni passaggi.

Michele Scorrano non era solo un calciatore, ma molto di più. Per Campobasso è un simbolo da mostrare con orgoglio alle generazioni future. La sua tenacia si ritrova tutta nel suo baffo imponente, che l’ha accompagnato da calciatore e poi da adulto. È l’emblema di una piccola regione che si affaccia sul calcio che conta, che sfiora il paradiso della serie A nella stagione 1983/84, piazzandosi quinta, e si riunisce ogni domenica attorno a un pallone. Sembrerà banale, ma dopo quell’esperienza un’emozione così forte non si è più raggiunta. La generazione del lupo di Ururi è quella del sacrificio, della tenacia e della durezza, ma che nasconde in fondo tanta bontà e voglia di dare sempre il meglio. Concentrarsi al massimo partita dopo partita, poi il risultato arriverà. Così è stata immaginata un’intera squadra dal presidente Antonino Molinaro e plasmata, nel corso degli anni, da diversi allenatori.

Finalmente nel 1982 si arriva in cima. Lontano dalla provincia. Si parla di Campobasso, a Roma, Torino, Como, solo per citare alcune città. Questa piccola favola ricorda quella del Chievo Verona nella stagione 2000/01, quando i clivensi centrano la serie A. Non ci sono paragoni, ma sicuramente il processo che le ha avvicinate alla massima serie – nel nostro caso la B – le accomuna. Entrambe sono delle piccole realtà. Una è l’emblema di un quartiere di Verona, l’altra rappresenta una città e una piccola regione. Nel caso specifico del Molise, l’unione fa la forza, un popolo sia dentro che fuori lo stadio vuole sapere cosa succede. Si crea una specie di telenovela da cui tutti sono assuefatti.

La serie cadetta per Campobasso è stata un trampolino di lancio: dopo la costruzione dello stadio Romagnoli infatti è avvenuto un concerto dei Pooh, una delle maggiori band italiane negli anni ottanta. Niente male per un abitante del luogo, che fino ad allora avrebbe immaginato al massimo di ascoltarli a Pescara, Napoli o Roma nelle ipotesi più fortunate. Un sogno a occhi aperti, da cui però ci si sveglia troppo presto. Nel 1987 la storia ritorna, e proprio quella Lazio incontrata all’ inizio dell’avventura in B, punisce i lupi per sempre. Da quel punto di nuovo l’inferno. Quest’episodio raccontato rappresenterebbe la consuetudine in altri posti, invece nella storia di Campobasso è un evento da incorniciare. L’indotto creato da Michele Scorrano e i suoi resta vivo nella memoria cittadina.

In questo calderone non si può dimenticare la prima esperienza di Riccardo Cucchi come cronista. Il giornalista di Radio Rai ha iniziato la sua fortunata attività proprio in Molise, e compare spesso nei filmati delle gloriose stagioni, in compagnia del capitano di Ururi e altri calciatori. Probabilmente il racconto di questi aneddoti, non aggiunge nulla di nuovo a ciò che è già stato scritto mille volte, ma serve a ricordare un’impresa storica di una regione che ce l’ha fatta. Ha coronato il sogno di tanti bambini, che erano costretti a tifare i blasoni del nord (Juve, Inter e Milan su tutte), ma che in un periodo hanno avuto dei beniamini nostrani. Così vicino da toccarli. Bastava solo andare al Romagnoli.

Gli ingredienti di Michele Scorrano erano l’umiltà e il sacrificio, persi nel tempo da molti giocatori moderni. Una ricetta che ha portato lontano il suo branco. Non era campobassano, proveniva da un paese, Ururi, di origine Arbëreshë. Di quella comunità portava i segni che l’hanno contraddistinto negli anni. Lì oggi brillano gli occhi di tutti, perché da dieci anni manca un amico. Un simbolo. Un giusto.

Daniele Altina

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