Sulle Orme di Giuseppe Di Vittorio: Aboubakar Soumahoro

Sugli stessi luoghi si affiancano due persone, Giuseppe Di Vittorio e Aboubakar Soumahoro, che hanno costruito le proprie battaglie sulla dignità del lavoro.

C’è ancora fiducia nella nuova generazione, alcuni hanno la stessa rabbia dei precedenti. Gli ultimi sono sempre più emarginati, per fortuna c’è ancora qualcuno che in Italia sta combattendo per cambiare una situazione insostenibile. Si tratta di Aboubakar Soumahoro, che circa un cinquantennio dopo l’attività sindacale di Giuseppe Di Vittorio, inizia la sua personale battaglia ispirandosi a quest’ultimo. In questo articolo non saranno fatti dei paragoni tra i due, ma si troveranno le somiglianze e si approfondiranno.

Giuseppe Di Vittorio e Aboubakar Soumahoro sono entrambi figli del sud del mondo. Quella terra povera, disprezzata e sfruttata dai padroni. Quei territori dove la politica latifondista è ancora viva, si nutre della paura e dell’ignoranza. Le condizioni a cui sono sottoposti i braccianti agricoli del sud Italia sono terribili. Per questo le voci dei due sindacalisti non hanno mancato a farsi sentire. Nemmeno negli anni Venti quando il Fascismo chiudeva la bocca a Giuseppe Di Vittorio, incarcerandolo; neppure dopo la morte di Soumaila Sacko – l’attivista e compagno di Soumahoro nel sindacato Usb – ucciso brutalmente. Sciopero della fame e della sete, incatenamenti, rivolta nelle campagne sono i simboli della lotta di ieri e di oggi.

Per avviare queste battaglie è necessario essere in prima linea sul campo. Non è un caso che sia Di Vittorio, sia Soumahoro, sono braccianti prima che sindacalisti. La loro voce non si è piegata alle mafie e al fascismo. I diritti per cui si combatte riguardano tutti. Aboubakar Soumahoro si batte per la regolarizzazione dei contratti dei braccianti agricoli, e poco importa se sono italiani o stranieri. Quest’ultimo non è un problema marginale di una fascia debole della popolazione, ma interessa tutte le categorie sociali. Dal produttore al consumatore in un unico percorso di sofferenza. Per avere frutta e verdura a prezzi bassi è necessario capire a quali condizioni sono sottoposti i lavoratori. Se ½ kg di pomodori pachino viene pagato in media 1euro e 30centesimi (solo per fare un esempio), c’è da chiedersi quanto possa guadagnare il bracciante che va a raccogliere quella verdura. Al capitalista questo non importa, ciò che conta è ridurre i costi e aumentare i profitti, non contando il sudore e il sangue buttato sui campi, qualche volta anche la vita.

Al caldo e al freddo, sotto la pioggia o la neve, si lavora tantissimo e spesso si muore di fatica. Il caporalato ha prodotto una società che Aboubakar Soumahoro definisce degli “Invisibili”. Da quest’anno il sindacalista ivoriano è riuscito a far partire una fitta rete solidale in tal senso. Come Di Vittorio la sua attività è sindacale e sociale. Non si può parlare di lavoratori se non si conoscono le loro condizioni, i loro disagi e i loro sogni. Non si può far campagna elettorale se non si prova almeno a sentire i bisogni degli ultimi. Negando questa realtà da Nord a sud si ha un solo risultato: l’aumento della povertà. È impensabile che un bracciante agricolo percepisca 3 euro l’ora e lavori 13-14 ore al giorno. In tal senso vanno rivisti i concetti di sostenibilità, lavoro, busta paga, per una questione etica.

Solo chi ha davvero vissuto nei campi, proviene da famiglie povere, dove il problema principale è la sussistenza, riesce bene a comprendere la differenza tra nord e sud del mondo, tra stati civili e non. Cara Italia da questo punto di vista ancora manca qualcosa per poterci definire sviluppati. Una nazione diviene grande quando ha tutte le forme di tutela. Quando riesce a proteggere gli emarginati. È proprio questo il fulcro della lotta di Giuseppe Di Vittorio e Aboubakar Soumahoro. Passato e presente sono uniti da un percorso di disuguaglianze, che ieri come oggi è ancor più difficile sradicare. Non ci sarà esercito, caporale o mafioso che ugualmente possa bloccare il flusso delle idee. Ma si spera che ci sia uno stato che riunisca concretamente l’ideale di equità. Dal 2018, a seguito della morte di Soumaila Sacko, qualcosa sta avvenendo, ma è ancora troppo poco. Sono necessari più investimenti e più controlli per un sud sempre più affamato e desideroso di giustizia.

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