Ricordi estivi

Quando il tempo batteva a colpi di tressette.

Sarà che quest’estate sembrerà diversa, e per star bene ci ripareremo nei ricordi. Vicini o lontani, rivivremo quelli più piacevoli e ne parleremo con gli amici, con la ragazza o con qualche parente. Neanche ora non ho voglia di diventare grande, torno con la mente a una decina di anni fa, quando la pandemia era un pensiero inesistente, e bastava poco per fare cose eccezionali. Sarà che la nostalgia prende il posto della noia, e allora si comincia a riflettere su cosa si è diventati e su ciò che vorresti in questo momento.

Probabilmente l’estate che sta arrivando non sarà molto diversa da quella passata sul muretto della Villa comunale a Frosolone (IS), quando con gli amici giocavamo a tressette fino a sfinirci. C’era una chitarra in sottofondo, qualche canzone e anche della birra, ci attendeva un’eterna sfida e la serata sfumava. In poco tempo si arrivava alle tre senza che ce ne accorgessimo. Davanti alle carte ricorrevano tutte le nostre filosofie, la nostra intelligenza, la fortuna e la bravura. Eravamo temprati con il tressette, i più piccoli ci guardavano in un misto di ammirazione e curiosità, i più grandi davano consigli sulle giocate. In piedi o seduti, in una serata si sfidavano almeno dieci persone. A giocare non erano solo i ragazzi, ma anche delle ragazze, e ognuno cercava di far coppia con una di loro. Si sperava che dall’intesa con le carte potesse nascere qualcosa. Non so dire se è successo qualche volta, ma di certo si faceva il possibile, e già quando ti guardava solo per farti capire la sua giocata, sembrava già di sentire la tensione.

Generalmente la coppia si formava sulle reciproche simpatie, e si cercava di fare le squadre più equilibrate possibili. Le partite perfette erano davvero poche, quante volte per una mancata presa finale o uno scarto sbagliato si rompevano amicizie. In quel momento sembrava qualcosa d’imperdonabile, poco dopo, lontano dalle carte si ragionava sull’errore e poi di nuovo a scherzare.

Non erano solo delle partite, era qualcosa di più. Era un marchio di fabbrica, imparavamo la vita a colpi di di denari, di bastoni, coppe oppure spade. Quanto manca quell’adrenalina, quell’incoscienza di non sapere come andava a finire, pensando che si potesse ribaltare la situazione anche quando era negativa. Con quelle carte sembravamo adulti, oggi rifuggo in quel tempo, perché in fondo essere grandi non è tutta ‘sta figata. Oggi quelle carte mi sembrano troppo vecchie, ma le ricerco ancora, perché ho in mente ricordi genuini. Sorrido e penso alla disposizione dei giocatori attorno al muretto, a chi ci guardava, alle vite separate e a ciò che succederà. Ora ho meno paura se ricordo la forza di quei momenti e mi sento meno solo se penso a un grande gruppo, in cui ognuno era tutti e tutti erano uno solo. Più unito di un branco, ma più dolce di una carezza.

Una semplice situazione alla fine diviene un pensiero ragionato e forse un articolo più o meno interessante. Ma non importa, il peso delle parole ora scende lentamente su questo foglio. Non hanno grandi pretese, ma almeno hanno il merito di liberare chi sta scrivendo e provare a far appassionare chi sta leggendo. Erano rinchiuse da qualche giorno e non vedevano l’ora di uscire. Il loro momento è giunto, ma è anche il tempo dei saluti, con la speranza di rivivere dei tempi più intensi e più belli dei passati. Non per quel poco che si faceva, ma per la libertà e leggerezza di quegli attimi.

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