La vita al tempo della Transumanza

Nonno Giovanni è assorto sul divano, tra il camino e la televisione, sta guardando il tg delle 20 su Rai Uno.
Lentamente si avvicina Giacomo, il nipote più piccolo, ha quindici anni ma è sempre curioso delle sue storie, perché lo fanno catapultare in un altro mondo.
Anche se sono vicende reali, per lui sembrano sempre delle favole.
A un certo punto la giornalista annuncia: “La transumanza diventa patrimonio dell’umanità. La notizia arriva da Bogotà, dove la commissione dell’Unesco ha sancito questo riconoscimento. Una buona notizia per l’Italia e per tutti i suoi tratturi secolari”.
Al nonno scappa una lacrima, è il coronamento di un sogno.
La rivincita di una generazione che ha sofferto, lottato e soltanto alla fine ha vinto.
È una comunità a risorgere, dopo un periodo in cui, a causa della corsa sfrenata si era perso tutto questo.
L’essenza primordiale della terra contadina finalmente rinasce, e con essa tutti i sogni e le speranze.

Giacomo non capisce, pensa che il nonno stia piangendo per qualche brutto ricordo, e come suo solito, domanda: “Cos’hai? Sembri triste. Eppure dicono sia una bella notizia”.

L’anziano gli risponde “sono lacrime di gioia. Sono felice. Che ne sai tu di quello che abbiamo passato da giovani, quando dovevamo andare a piedi in Puglia, per giorni, con le mandrie al seguito”.

Giacomo è nato in un paese della provincia d’Isernia, una zona montana e piuttosto fredda, motivo per cui, d’inverno, è necessario portare le mandrie sugli altipiani foggiani, vicino al mare. Alla fine di maggio, però, le mucche o le pecore ritornano sulla montagna di Frosolone, dove brucano l’erba fino a ottobre. Da lì nascono i migliori formaggi, freschi, dell’autentica tradizione contadina.

Durante l’adolescenza di nonno Giovanni, però, questi spostamenti erano lunghi e faticosi. Duravano settimane e poi si restava a San Marco in Lamis (in provincia di Foggia), tutto l’inverno e parte della primavera.

I genitori, gli amici e gli amori attendevano nelle case di campagna i ragazzi. Giovanni è stato uno di questi e a quel punto condivide un racconto con il nipote.

“Dopo la Guerra, cominciammo ad andare in Puglia io e mio fratello Peppino. Più grande di me di due anni. Io avevo l’età tua e lui aveva diciassette anni. Per me era la prima volta, mio fratello invece già ci andava da due o tre anni”.

Ribatte il nipote: “Ah sì? Non me l’avevi mai raccontata questa storia. Mi piace. Continua”.

Nonno Giovanni prosegue: “Devi sapere che facevamo 25 chilometri al giorno, più o meno. Allora eravamo abituati, non ci pesava farlo. Avevamo le provviste per una settimana e ci dovevano bastare. Peppino faceva le razioni ogni giorno”.

Il nipote stupito: “Mamma mia che storia”.

Allora Giovanni si esalta: “Un giorno venne a piovere. Ci siamo riparati sotto alcuni alberi, vicino Termoli (in provincia di Campobasso). Non era freddo, ma la pioggia ci entrò nelle ossa. Siamo stati per altri due giorni con quei panni addosso, che erano stracci ormai”.

Giacomo afferma sarcastico: “Sicuro avete preso una bronchite”.

Giovanni controbatte: “Ma che bronchite. Figurati se pensavamo a queste cose. Nemmeno sapevamo cosa fosse. Dovevamo guardare il gregge e di notte dormivamo con il fucile, che i più grandi avevano dato a mio fratello”.

Il nipote ancora più sorpreso domanda: “Mica andavate in guerra?”.

L’anziano: “Quasi. Lupi, cani randagi affamati e di taglia grossa, attaccavano spesso il gregge. Il bastone non era sufficiente. Sparavamo soltanto in aria. Sentendo così, gli animalacci scappavano”.

Di nuovo interruzione: “Ah ok. Nonno pensavo volessi ucciderli”.

Giovanni: “No. Ci mancherebbe. Anche loro sono creature di Dio.”

L’improvvisa generosità del nonno colpisce il nipote. Non credeva davvero che potesse essere così cattolico.

Non immaginava una religiosità del genere.

Eppure chi ha visto tutte le bruttezze della guerra non ha affatto voglia di fare, o subire altro male.

Giacomo riflette su questo.

Pensa che forse deve ripensare al suo atteggiamento nei confronti della violenza.

Si è reso conto che anche un pugno dato sul braccio di un compagno non è una dimostrazione di forza, ma solo uno stupido pretesto per litigare.

“Erano altri tempi”, continua il nonno “ci si voleva bene e anche se eravamo poveri ci dividevamo tutto. La nostra forza era l’unione. Avevamo studiato poco, ma la legge di sopravvivenza la conoscevamo molto bene”.

Giacomo procede con un’altra domanda: “E poi nonno?”

Nonno Giovanni si avvia verso la conclusione: “Quante ne vuoi sapere. Succedeva di tutto durante la transumanza, sia all’andata che al ritorno. Quando eravamo in Puglia ci mancava tantissimo la casa, la mamma e anche la ragazza. Però era un sacrificio che dovevamo fare”.

“Dove dormivate?”. Chiede ancora Giacomo affascinato.

“Mah. Dipende. I primi anni avevamo una casa molto vecchia, il latte si vendeva poco e stavamo quasi per abbandonare il mestiere. Peppino voleva diventare un muratore. Voleva andarsene a Foggia e io sarei diventato idraulico. Però non abbiamo mai abbandonato la terra…”

“Perché?” domanda ancora Giacomo.

“Eravamo legati ai nostri animali. Gioie e dolori li avevamo condivisi con loro. Le giornate invernali le avevamo passate con loro. Natale, Pasqua eravamo con loro. Capivano se eravamo tristi o felici.”

“Quindi per il loro amore avete stretto i denti e tirato avanti, tu e Peppino?”, incalza il nipote.

“Già, caro nipotino. Oltre ai soldi c’è l’amore, la famiglia, la lealtà e la riconoscenza. Dopo queste cose forse viene il denaro”.

I valori di quel mondo infatti sono proprio quelli citati dal nonno.

La solidarietà tra famiglie, l’unione dei figli delle stesse e l’amore per la propria terra, nel senso concreto del termine, sono le caratteristiche che ancora reggono la transumanza.

Essa attraversa la vita di un popolo.

Lega tanti figli alla propria terra.

Li rende orgogliosi.

Alcuni sono cresciuti, ma non hanno dimenticato il sacrificio dei nonni o dei padri.

Se oggi sono delle persone di successo, o semplicemente hanno una vita più che dignitosa, lo devono a quel sacrificio.

A quei sudori lasciati lungo il tratturo.

Non avranno il coraggio di dimenticare tutto questo.

È anche la loro storia.

Il nipote e il nonno intanto si alzano e vanno verso la tavola.

Ormai la cena è pronta.

“Grazie nonno per questa lezione di vita” dice Giacomo.

Giovanni gli risponde con il sorriso: “Spero tu ne faccia tesoro”.

Daniele Altina

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