L’esempio di Domenico Iannacone

Esistono film o documentari televisivi che si imprimono nella nostra mente. Ogni trasmissione del genere contiene delle storie fatte di uomini, in carne e ossa, con le loro sofferenze. Il loro mondo è fatto di poche e semplici cose.

Poi ci sono diversi modi di raccontare tali vicende: si può entrare in punta di piedi, con rispetto e umiltà, oppure si può credere di scardinare quel mondo con violenza. Soltanto una delle due modalità è la più efficace. Domenico Iannacone è senz’altro un esponente della prima. Il suo giornalismo è rispettoso verso i più deboli ed è connotato da una forte empatia con i suoi personaggi. Prima di essere dei protagonisti, il giornalista molisano li tratta da uomini, con i loro errori, le paure e con un passato, spesso, molto ingombrante. Domenico sorride, solidarizza e soprattutto offre un aiuto concreto. Queste sono le potenzialità dell’inchiesta. I suoi mezzi possono raggiungere migliaia di persone, portando a una conoscenza totale. Molto spesso, infatti, durante le trasmissioni o le dirette Facebook, aziende o persone offrono aiuto in diversi modi: donazioni, lavoro ecc. È il caso dell’ultima puntata di Che ci faccio qui andata in onda la scorsa settimana: un’azienda napoletana, dopo aver visto le vicende di due fratelli ai margini della povertà ha deciso di offrirgli un lavoro. Il popolo spesso preferisce girarsi dall’altra parte, magari evitare di vedere alcune scene, invece il lavoro di Iannacone mostra l’umanità per come appare. Non sempre i più poveri sono i più cattivi, molte volte riescono a far gruppo e creare una microsocietà all’interno di un ingranaggio più grande.

La chiave di originalità di Iannacone è racchiusa tutta in questo lavoro. Lontano dai grandi eventi, dalla mondanità in senso più ampio, restituisce l’importanza a chi soffre. A chi è dimenticato, e qualche volta è deriso. I luoghi comuni fuoriescono dalla telecamera, si tratta di una televisione diversa, sicuramente più introspettiva. Le persone riescono ad aprirsi senza paura, la loro vicenda non si esaurisce con la puntata. Magari Domenico, a distanza di anni, torna in quei posti. Descrive di nuovo in maniera oggettiva, ma nel momento in cui lo fa è coinvolto in prima persona. Il suo lavoro da oggettivo, per forza di cose, diviene estremamente soggettivo.

Le realtà descritte non lo spaventano, anzi gli danno la forza per continuare in questo viaggio. È come se in ogni puntata entrasse nell’inferno e poi ne uscirebbe dopo un percorso di redenzione. I suoi dannati, però, non sono persone vittime di vizio, ma solo della natura e dei suoi complessi meccanismi. L’esser nati a Scampia, Secondigliano, Ballarò, San Basilio o Tor bella Monaca è solo un caso, rispetto a chi vive da sempre ai Parioli a Posillipo ecc. Domenico mette in risalto proprio la condizione di uguaglianza, insegna a fidarci del prossimo e dargli una seconda opportunità.

Il conduttore molisano sta lanciando una nuova televisione basata su un’inchiesta, volta non solo a farci sapere, ma anche a farci agire. Su Rai 3 ogni settimana va in onda un vangelo laico, lontano da qualcosa progettata e messa a punto. È una sorta di Commedia dell’arte umana, dove da un copione più o meno fisso, si giunge all’improvvisazione a seconda di ciò che accade. Appare uno spaccato di vita, in cui Domenico è uno dei protagonisti delle sue storie. Lucido, razionale e pacato in questo climax si raccoglie tutta l’essenza del giornalista e uomo.

Come tutte le cose belle però ci sono anche dei difetti. Uno su tutti è la messa in onda. Sicuramente per ragioni di share, di interesse o marketing il programma va in diretta in fasce orarie diverse dalla prima serata (non sempre ovviamente); sarebbero necessarie più puntate e dare maggiore rilevanza, a livello nazionale, da parte di tutte le testate giornalistiche, in un momento estremamente delicato. Speriamo non resti soltanto il tentativo, da parte di una televisione pubblica, di aprirsi alla società vera.

Ci saranno ancora molte storie da raccontare in futuro. Le disuguaglianze sono sempre lì, dietro la nostra porta di casa, e noi che stiamo comodamente seduti piuttosto che giudicare inermi, dovremmo agire. Non sempre è così facile o scontato. Superare i pregiudizi vuol dire cambiare anche i nostri stili di vita, a cui spesso non vogliamo rinunciare. Quello che vuole insegnarci Domenico, è che la tolleranza può essere più figa di quanto pensiamo; la bontà deve contraddistinguerci se davvero vogliamo considerarci una nazione evoluta.

Daniele Altina

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