Racconti di brevi esperienze di vita: Parte 4

Giovanni

Come si sa tutte le storie finiscono. Belle o brutte che siano, prima o poi giungono al termine. Vale per le vicende di vita, le storie d’amore, le esperienze scolastiche e lavorative. Ogni dubbio, ogni paura, con i giorni, i mesi o gli anni svanisce. Resta il ricordo, la rabbia o magari un sorriso.

Qualcosa sta rimanendo nella mente di Alberto. Qualcosa di quei quattro sfigati, così pensa tra sé, gli rimarrà.

Sorride.

In fondo gli vuole bene.

Si è affezionato alle loro assurde vite.

Chissà, se tra qualche anno questi ricordi scorreranno nella sua mente, come alcune diapositive.

Finito novembre, si avvicina il Natale.

Alberto ama questo periodo. Gli piacciono le attese, le aspettative.

Ama sognare, perché secondo lui ognuno può crearsi la realtà che vuole nel mondo onirico.

Crede che l’attesa sia essa stessa il piacere.

Ripensa alle parole di questo slogan.

Quanto ci crede.

Quanto le trova vere.

Forse è solo un illuso.

Si riconosce totalmente in quella frase da cioccolatino.

Non gli importa granché di come sarà domani, ora vuole registrare le vicende di Alfredo, Giovanni, Michele e Salvatore.

Vuole assolutamente godersi il finale.

Sapere se Salvatore è tornato.

Se ha risolto i suoi problemi.

Alberto, esce di fretta, perché ieri sera è tornato alle 4 a casa, e questa domenica non riesce a svegliarsi presto.

Non aveva voglia di alzarsi, ma poi si è ricordato dell’immancabile appuntamento e di scatto si è vestito alla rinfusa (quasi come fa normalmente) ed è uscito con la sua busta.

Ce l’ha fatta.

È lì, vicino.

Può ascoltare le loro storie.

“Cazzo oggi sono di nuovo in quattro” pensa tra sé.

“Non poteva mancare Salvatore all’ultimo appuntamento” continua a pensare.

“Ma poi che ne sa che è l’ultimo” rimugina, poco dopo.

I quattro sorridenti parlano.

“Salvatò, sta dmnca t sci fatt viv” commenta scherzando Giovanni.

“Uagliò, t sci fatt vdè” dice Alfredo.

“E brav a Salvator” risponde Michele.

“Giovà, so mnut sul p sentì cacche storij d la nuvena”. Replica Salvatore.

“Sul pcchè auoje stià qua, una t la dic” risponde Giovanni.

“Allora, eva ru millnovecientsessandacing, tneva ott’jann e nonnma m facet ì p la prima vota a sntì la nuvena d Natal”.

“Tu, a la chiesij?”, commenta Alfredo.

“Astim pur l’ossa d l siand”, continua Michele.

“Da uaglion eva credent”, afferma sorridendo Salvatore.

“Mè comung, iett a la mess a l quatt e meza d matin. Tnev nu suonn. N c capiv niend”, continua Giovanni.

Si ferma un attimo.

Poi riprende: “M scett n’acut ca piacett assjia a lu preut, accuscì m faciern ì tutt l matin. Ev ru megl, candav megl pur d Pietr Spaccachiazza”.

Ormai anche Alberto capisce il loro dialetto e pensa tra sé “però che modestia”.

Giovanni così convinto continua: “Na matina c steva la nev nderra, eva iacciat e lu preut n tneva lu chierichett, m facett ì a me. Cantav e serviv la mess. Sembrav scminit. Na signora, c n jeva d Schiavi, mi sentì e m vuleva purtà a Milan, a la Scala”.

“Scin, è arrviat Andrea Bocelli” dice sorridendo Michele.

“Ma veramend?” domanda incredulo Salvatore.

“Scine. N steng pazzianne” replica Giovanni.

Alla fine ammette a malincuore “nonnma la facett brutt a chella signora. La facett scappà. Chella tneva nu sacc d sold, ma può alla casa non vollero”.

“C arrmaniett mal. A nonna non c l so mai perdonat”.

“Vabbuò, mmo stia buon tal e qual” commenta Alfredo.

“Chella signora n la sci chiù vista?” domanda Salvatore.

“None e chi te la dà. Chella iva cercann uaglion piccirille pè farl addvndà famos.” Risponde Giovanni.

“Se addvndiav famos non c fuss mai canusciut,” replica Michele.

“Ma sapet c v dic? C lu tiemp è stat meglij accuscì” dice di nuovo Giovanni.

Alberto, sempre da esterno, pensa a quello che sarebbe potuto succedere e che poi non è successo.

Crede che magari, una volta, un’occasione di questo tipo, irrinunciabile, sia arrivata per i suoi genitori.

In fondo anche in un paesino sperduto possono accadere i miracoli.

Possono nascere lì, per caso, in mezzo ai greggi, talenti sconosciuti.

Persone che non sono fatte con lo stampino.

Tipi cresciuti per strada, o ancora in campagna, che con la loro genuinità avevano davanti a sé splendide carriere.

Ci vuole solo coraggio certe volte.

È ciò che manca ai quattro, e forse qualche volta è mancato anche ad Alberto.

Ora quest’ultimo è sereno.

Può condividere con i quattro anche le sue paure.

Se all’inizio credeva che non avessero punti in comune, adesso ne ha trovato uno.

Forse il più importate di tutti.

Quella terra che gli sembrava cruda, amara e distante, sembra più vicina. Sicuramente più viva di quanto pensasse.

Avrebbe quasi la voglia di scoprirsi.

Vorrebbe abbracciare i quattro.

Dirgli che da quattro domeniche li osserva, registra tutto ciò che dicono.

E ancora, che prima non li sopportava e li trovava incredibilmente noiosi, ora vorrebbe ascoltare tutte le loro storie.

Pensa soltanto a una parola da dire.

“Grazie”.

Alfredo, Giovanni, Michele e Salvatore, si salutano felicemente.

Scende una leggera pioggerella.

È di nuovo tempo di saluti.

“Stetv buon e s n c vdem Buon Natale” dice Salvatore.

“Se n sparisc, c vdem e c magnam lu panetton” risponde Alfredo.

“Ij port lu spumant” commenta Giovanni.

“I port lu cultiell d Fruslon. Chill so buon” dice Michele.

Saluti, abbracci, i quattro si dileguano.

Alberto non vuole andarsene.

Resta lì a pensare.

Ha un gran mal di testa, ma ha una visione diversa del paese.

Ora non solo gli è più familiare, ma gli è incredibilmente vicino nella vita e nella sorte.

Daniele Altina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...