Il deputato assente di Carlo Collodi

L’articolo di Carlo Collodi dal titolo “Il deputato assente” è di un’attualità sconvolgente, in esso si richiamano i vizi e le virtù della nostra classe politica. Ai nostri occhi balza subito l’idea che il malcostume è nato con lo stato unitario, in quanto l’articolo risale agli anni sessanta dell’ottocento. È incredibile come Collodi riesca a essere così attuale, in un periodo in cui (diciamolo francamente) si assiste alla lenta e inesorabile dissoluzione dei partiti politici.

Fra le cose più naturali di questo mondo, la più naturale di tutte, lasciatemelo dire, m’è parsa sempre quella….

Indovinate quale?

La cosa più naturale di tutte m’è parsa sempre …. Il deputato che non va alla Camera.

Parliamoci chiari. Dopo che un povero diavolo ha sudato, brigato, armeggiato e (qualche volta) speso tanto per arrivare a farsi eleggere e uscir vittorioso dall’urna, non ci mancherebbe altro che dovrebbe sobbarcarsi, per giunta, anche alla seccatura di partecipare alle discussioni dell’Assemblea[1].

Per cogliere il messaggio effettivo che Lorenzini vuol trasmettere ai suoi lettori, andando al di là del divertimento donato dal tono umoristico delle sue parole, occorre tener conto della reale fisionomia sociale della Camera negli anni successivi alla realizzazione dell’unità nazionale. La legge elettorale piemontese del 1848 estesa a tutto il Regno attribuiva la competenza elettorale attiva e passiva solo ai soggetti di sesso maschile, che, oltre a saper leggere e scrivere, dovevano avere un elevato reddito familiare. Nelle prime elezioni della Camera (i senatori erano scelti direttamente dal Re) fu ammesso al voto solo il 2,2% dell’intera popolazione nazionale e conseguentemente risultarono eletti soli individui appartenenti alla residua nobiltà e ai ceti sociali più alti del Paese. Come scrive Ferdinando nel saggio I moribondi di palazzo Carignano il parlamento eletto dalle prime elezioni contava tra i suoi componenti: «2 principi; 3 duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci; 117 cavalieri, di cui 3 della Legion d’onore; 135 avvocati; 25 medici; 10 preti – fra i quali Apollo Sanguinetti, uno degli stuzzicatori del Ministero, Ippolito Amicarelli e Flaminio Valente – sacerdoti silenziosi; 21 ingegneri; 4 ammiragli; 23 generali; un prelato; 13 magistrati; 52 professori, ex-professori, o dantisi come tali; 8 commercianti o industriali; 13 colonnelli; 19 ex-ministri; 5 consiglieri di Stato; 4 letterati; un Bey nell’Impero ottomano – il signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7 milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 69 impiegati, sopra 88 che sono ammessi dallo Statuto; 5 banchieri; 6 maggiori; 25 nobili senza specifica di titolo; altri senza alcuna disegnativa di professione – e Verdi! il maestro Verdi. Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico! Vi è di tutto – il popolo eccetto»[2].

Si aggiunga inoltre che i deputati partecipano alle sedute della Camera a titolo del tutto gratuito senza compensi. Più tardi viene proposta una indennità di 20 lire al giorno per ogni deputato, ma la proposta è respinta, come respinta è anche una successiva proposta di Crispi. E’ naturale, quindi, che i deputati ritengano la partecipazione alle sedute del Parlamento solo un loro diritto, che possono esercitare se lo ritengano opportuno e che al diritto non faccia riscontro un corrispondente dovere. Su questa pretesa va l’accento di Lorenzini nel suo scritto:

Né mi venite fuori col solito ritornello che il deputato ha il dovere qui, il dovere là. Chi è in fin dei conti questo dovere? Il dovere è il più gran tiranno che abbia contristato la terra (………), ma, vivaddio, l’era del riscatto è suonata ed oggi, come oggi, l’uomo che trema ed impallidisce dinanzi al burbanzoso cipiglio del proprio dovere, non è degno di portare il nome di libero cittadino, in terra libera e sotto un cielo schiettamente costituzionale[3].

Come lo studente si rassegna a fare lo studente senza l’obbligo e l’odiosa servitù di dover studiare, così il deputato fa il deputato senza andare alla Camera.

Qui in Italia il deputato assente rappresenta in qualche modo il vero tipo del deputato nostrale, indigeno, paesano. L’altro, ossia il deputato assiduo e pieno di zelo, vien generalmente considerato come un tipo imbastardito, come un’incrociatura riuscita male, starei quasi per dire, come un feto patologico della specie[4].

Mostrano pertanto angelica e serafica ingenuità i Presidenti dell’Assemblea che credono di intimorire i deputati assenti colla minaccia di far pubblicare i loro nomi sulla Gazzetta Ufficiale, come se ci sia realmente qualcuno che legga la Gazzetta Ufficiale. Del resto, le note degli assenti, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, invece di essere una punizione possono diventare preziosi documenti.

Si consideri il caso che il Parlamento, come spesso faceva, approvi nuove tasse e nuovi balzelli; il deputato assente, radunati gli elettori e il sindaco, portandosi la mano sullo stomaco, dove i comici suppongono che stia di casa la coscienza, si vanta di aver rifiutato al ministero non solo l’appoggio del suo voto, ma anche quello della sua presenza e porta a sua testimonianza la nota riportata nella Gazzetta Ufficiale. Dopo questa sua dichiarazione gli elettori gli si fanno intorno per serrargli la mano e

il sindaco del capoluogo, non sapendo far di più né di meglio, gli versa due lacrime di vera ammirazione dentro il gilet, due di quelle solite lacrime che un sindaco previdente tiene sempre in serbo per le grandi occasioni[5].

Della figura del deputato Lorenzini fa una descrizione più esplicitamente polemica nell’articolo pubblicato col nome di Crispino Risolati e col titolo «Se io fossi deputato»[6].

L’autore dell’articolo, che scherzosamente dice di essere solo un fabbricante di scarpe, dichiara di non essersi mai presentato come deputato a nessun collegio dello Stivale e di non essersi tirato indietro per modestia:

Per modestia? Manco per sogno! Quando s’è veduto co’ propri occhi di che cuoio o di che pelle di vitello si fanno qualche volta i deputati, la modestia diventerebbe una farsa da ridere. A dirla tale e quale, io sono stato sempre una persona pulita e con la politica non ho mai voluto prendermi confidenza[7];

il deputato, infatti, accetta volentieri il mandato di rappresentante dei suoi interessi e perciò, nel caso che fosse eletto deputato da un qualche collegio, la prima cosa che farebbe sarebbe quella di non andare alla Camera anche per mettersi in regola con i colleghi che fanno altrettanto.

D’altra parte, sarebbe bella che un povero diavolo, dopo che ha brigato,armeggiato e magari speso di tasca per farsi eleggere, dovesse sobbarcarsi per giunta alla fatica di assistere personalmente alle discussioni lunghe, inconcludenti, tempestose e qualche volta anche legislative dell’Assemblea. L’uomo, bisogna persuadersene, non è una bestia da soma o da tiro[8].

Lo spunto polemico sulla figura del deputato, affine, per altro, al contenuto dell’articolo già preso in esame sul deputato assente, fa da introduzione ad alcune critiche affermazioni sull’inefficienza delle Corti d’ Assise, che introdotte anche in Italia nei processi penali prima, durante la dominazione napoleonica, erano state riprese dal Codice di procedura penale del Regno di Sardegna del 1859:

Dalla istituzione dei giurati in poi, non passa mese che nelle nostre Corti d’Assise non venga pronunciato qualche verdetto così inatteso e stupefacente, da rimanere a bocca aperta il colto e rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione dei reali carabinieri.

A giudizio di Crispino Risolati, la giuria è accettabile per i cosiddetti delitti di stampa o come giuria d’onore per i duelli, perché nell’uno e nell’altro caso basta una buona dose di onestà e di buon senso, ma non è comprensibile l’uso per i debiti e i reati comuni. Non si può credere infatti che dodici o quindici persone, sprovviste per il solito d’ogni studio e d’ogni pratica, possano essere in un dibattito spesse volte complicatissimo più competenti ad emettere un giudizio retto e spassionato dei magistrati largamente forniti di studi e di esperienza. Procedendo con la stessa logica, nel caso di un difficile e grave intervento chirurgico, invece di chiamare un professore dell’ospedale o qualche altro valente operatore, si dovrebbe chiamare il lattaio, il calzolaio o il tappezziere di casa, strappando dalle sue consuetudini giornaliere un povero diavolo, che per venti o trent’ anni, non ha fatto altro che fabbricare, o sapone, o camiciole di lana, o versi endecasillabi o calze espulsive, o commedie in cinque atti, per costringerlo lì per lì a mascherarsi da giudice di tribunale col pericolo che egli assolva senza avvedersene qualche arnese galerabile, e mandi all’ ergastolo qualche malcapitato innocente [9].

Daniele Altina

[1] Lorenzini C., Il deputato assente, in Note gaie raccolte e ordinate da Rigutini G., op.cit. p. 47

[2]  Ferdinando Petruccelli della Gattina, I  moribondi del palazzo Carignano. Ed, Fortunato Perelli,  Milano, 1862

[3] Lorenzini C., Il deputato assente, in Note gaie raccolte e ordinate da Rigutini G., op. cit. p. 47

[4] Ivi, p. 48

[5] ibidem.

[6] Collodi C., Pinocchietto politico della terza Italia, Robin Edizioni, Roma, 2013, p. 88 e sgg.

[7] Ivi, p. 89.

[8] Ivi, p. 90

[9] Ivi, p.92

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