“I Poveri sono matti” di Cesare Zavattini

Cesare Zavattini nell’ opera “I Poveri sono matti” propone un quadro composito dei più umili in modo inedito. L’opera compare per la prima volta nel 1937, in pieno neorealismo, ma Zavattini non accetta soltanto questa definizione, in quanto non soddisfacente ad esplicare quel tipo di realtà, ma la correda di un umorismo che richiama autori di inizio novecento, come Pirandello, Svevo. Nelle pagine de “I Poveri sono matti” lo scrittore evoca i poeti crepuscolari (seppur in misura minore), si notino ad esempio i nomi di fantasia dei personaggi (Bat, Matter, Dod) e un’impronta futurista rilevante. Il neorealismo zavattiniano finisce per avere un’impronta surrealista di matrice italiana. Un surrealismo mediterraneo che ripercorre gli echi di Breton, quindi non aggressivo, polemico o addirittura erotomane, ma onirico, evanescente che trasmigra come i personaggi di opere successive (ad esempio il caso di Totò il Buono). Bat il protagonista è un frustrato in mezzo a frustrati, è il fratello maggiore di Totò il Buono. Quest’ultimo è l’emblema dei poveri che fuoriescono dalla penna di Zavattini, non un leader carismatico, forte, bensì un umile portavoce di quel verbo dell’ingenuità che collima con una bontà non indifferente. La maschera di Zavattini è rinchiusa in Bat un singolare correttore di bozze, ingabbiato che vorrebbe uscire in un mondo dove l’indifferenza, il narcisismo, l’egoismo fanno da padrone. Seppur frustrato Bat- Zavattini preferisce evadere in una realtà immaginata, sognata con gli occhi dei folli, dei bambini. Una realtà molto amara. Quest’opera espone caratteristiche strutturali e contenutistiche rispetto a quanto sostenuto finora:

  • Essa si presenta come un romanzo costituito da capitoli brevissimi, che spesso assumono un carattere frammentario.
  • La realtà agli occhi dell’autore ha molteplici sfumature per cui un solo stile non soddisferebbe pienamente.
  • la verità è il fine ultimo e attraverso la multiformità del reale è possibile perseguirla.

Lo scopo principale dell’autore è creare una poetica della meraviglia, che stupisca il lettore mediante le piccole cose. Compaiono sulla scena dei poveri stupiti, attoniti, dalle piccolezze della loro quotidianità esasperata, continua che conduce inevitabilmente alla pazzia, se successivamente non è effettuato un distacco. Quotidianità come consapevolezza della propria condizione infelice, ma allo stesso tempo una voglia di vivere inaudita portata avanti sempre col sorriso sulla bocca. Il sorriso della semplicità, della leggerezza davvero autentica di un personaggio non comune del novecento. Sono proprio i poveri sofferenti che non si rassegnano mai alle storture e brutture della vita.

Un’ opera in cui il lettore è costretto ad inseguire fatalmente l’autore senza mai perdere la concentrazione, altrimenti entrerebbe in un percorso contorto senza una sicura via d’uscita. I poveri sono scelti volutamente dall’autore, perché rappresentano la realtà più autentica, sono espressione di una semplicità che l’uomo moderno ha smarrito con il tempo. Semplicità intesa come schiettezza, come l’emergere del proprio stato d’animo(genuino) all’esterno. La follia in questo processo è un momento di libertà e invenzione, come sinonimo d’infanzia e povertà. I poveri sono i semplici della tradizione cristiana, richiamano il pensiero di San Francesco, però in questo caso hanno uno sguardo più acuto sulla realtà. La loro quotidianità assume tratti straordinari, seppur spesso ripetitiva e monotona. Zavattini utilizza i poveri per denunciare un sistema capitalistico che opprime e sfrutta, infatti la situazione di queste persone ricalca la società del tempo stracolma di problemi economici, morali e politici. Non è confinata soltanto in un preciso punto, ma è una situazione mondiale di un mondo sofferente privo del bene. L’umorismo zavattiniano è un modo per denunciare una società buia, malata che ha dimenticato l’amore.  La povertà diventa uno strumento morale, di analisi filosofica per riflettere varie situazioni come la morte, lo scorrere del tempo.

Sono poi i poveri di spirito, i buoni, coloro che non hanno cattiveria, che meriteranno un posto in paradiso. La religione assume un tratto caratterizzante all’interno del lavoro di Zavattini, essa è frutto della personale concezione dell’autore. È una religione laica, allo stesso tempo la sua politica non è ingabbiata in strutture ideologiche, ma ragiona sull’ effettiva realtà che si sta vivendo. I temi dell’amore, uguaglianza, solidarietà per Zavattini hanno un’impronta puramente laica. I tratti dell’umorismo zavattiniano sono ben riassunti nell’introduzione che mediante l’arma tagliente dell’ironia alleggerisce il racconto e prepara al meglio il lettore ad affrontare la fase successiva. Infatti, ritroviamo una Prima Persona, arrivata a casa con fare da forestiero, sdoppiata, che domanda alla moglie accorsa ad aprire la porta se è in casa il Signor Zavattini. Un gioco all’apparenza crudele, ma una tappa obbligatoria per comprendere il percorso multiforme della realtà che svilupperà dopo. La complessità del reale è messa in scena con gli occhi semplici di chi ha uno sguardo maturo e attento sul suo tempo e sul mondo.

Daniele Altina

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