Gaza: l’interminabile trattativa di pace

Qualche giorno fa nel corso di un raid israeliano a sud della striscia di Gaza, precisamente a Rafah, è avvenuta una strage in cui hanno perso la vita 9 persone, 7 delle quali erano bambini. Un bilancio triste, in una terra desolata da molti anni ormai, ma considerando soltanto quest’ultimo periodo di guerra sono morti 121 bambini secondo le stime dell’Unicef (bilancio dall’8 luglio al 21 luglio). Al numero dei morti si sommano i feriti, e di conseguenza i dati aumentano a vista d’occhio, stimano un milione e duecentomila persone nella zona di Gaza, che non hanno accesso all’acqua potabile. I dati negativi aumentano di ora in ora, l’odio verso Israele e il mondo occidentale si moltiplica, e diminuisce la fiducia nell’Onu e nelle varie organizzazioni di pace. Malcontento e disagio dilagano al punto che si preferisce contare sulle proprie forze e non su aiuti stranieri, i quali lavorano per ottenere come fine ultimo benefici economici dall’ operazione, e non per garantire pace e stabilità.

Morti atroci, strazianti, giovani vite spezzate, magari con tanti progetti per il futuro, tra i quali un giorno rompere quel maledetto muro lungo la striscia e abbracciare un fratello israeliano, seppur di una religione diversa. Un vero e proprio sterminio, come quello subìto dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale, un ciclo che ritorna, non punisce mai adeguatamente i potenti, anzi spesso li spinge ad emulare i nemici del passato. È questa l’unica spiegazione possibile ad un genocidio del genere.

Denunciare, denunciare adeguatamente è quello che dovrebbero fare i buoni media, lanciare inchieste sul campo per scovare i profondi malesseri, non soffermarsi nello spazio di un servizio e poi mandare tutto (o quasi) al diavolo.

I bambini, esseri indifesi, sono le vittime di questa assurda e immane tragedia, che dal 1948(anno di fondazione dello stato d’Israele) non conosce tregua. Soluzioni immediate, magari dei tamponi, almeno inizialmente garantiscono una piccola stabilità, proprio in quel preciso istante le organizzazioni internazionali, che da anni lavorano sul territorio, dovrebbero optare per soluzioni diplomatiche lungimiranti. In tal senso nel corso degli anni sono avvenuti numerosi discorsi, ma presto abbandonati, perché qualche potente, in quella circostanza, non ha visto garantiti i suoi interessi. Francamente comincio a pensare che qualcuno neghi la pace di Israele, nessuno vuole la Palestina libera, e per tutti questo rappresenta la normalità. Ora la situazione è precipitata, dopo questa strage di bambini è insopportabile dover pensare che debbano morire altre persone, si devono radunare sforzi concreti, non semplicemente isolare la zona. Uccidere senza pietà, specialmente bambini, non è un esempio di forza, ma soltanto follia pura. Lanciare missili su bambini significa bloccare il futuro di un paese, cancellarlo dalla cartina e non alleviare i malesseri di un uomo ferino e brutale.

Alcuni pensieri contrapposti attanagliano l’animo di chi sta scrivendo: è colpevole Israele che colpisce alla rinfusa o è più crudele Hamas che usa la popolazione civile come scudo umano per la sua battaglia?

Non c’è una risposta definitiva, ma la verità è che entrambi hanno una forte responsabilità nel conflitto. Non si capisce più cosa fare, abbandonare ora che la situazione è peggiorata è da vigliacchi, riflettere è difficile, perché è opportuno agire.

Questi poveri bambini hanno avuto la sfortuna di essere nati nella terra di Cristo, condannata e lacerata dalle grinfie di Satana, perché quel dio non ha predicato la guerra, anzi sostiene di evitarla in ogni modo. Pace al più presto, evitiamo in futuro simili sciagure e alleviamo la psiche dell’uomo devastata da un odio incontrollabile.

Daniele Altina

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